Alcuni progetti di conservazione e ripristino degli habitat naturali rischiano di spostare l’impatto ambientale verso altre aree del pianeta, aggravando il declino della biodiversità globale. È l’allarme lanciato da un team internazionale di scienziati della conservazione ed economisti, guidato dall’Università di Cambridge.
I ricercatori di oltre una dozzina di istituzioni hanno chiesto alla comunità internazionale di riconoscere il fenomeno della biodiversity leak – la “fuga di biodiversità” –, ovvero lo spostamento delle attività umane dannose per la natura quando alcune aree vengono protette o destinate al ripristino ecologico.
Secondo gli studiosi, riconvertire terreni agricoli produttivi o foreste in paesi industrializzati con una biodiversità relativamente bassa potrebbe avere effetti negativi su scala globale, superando i benefici locali.
Un’analisi preliminare suggerisce, ad esempio, che trasformare un tipico terreno coltivabile del Regno Unito in un’area naturale potrebbe essere cinque volte più dannoso per la biodiversità globale rispetto ai benefici che ne trarrebbero le specie locali. Questo perché la produzione agricola verrebbe spostata verso regioni più ricche di biodiversità, esponendole a maggiore sfruttamento.
Sebbene questo fenomeno sia noto da decenni, è ampiamente trascurato nelle strategie di conservazione, sostengono i ricercatori. Ciò compromette misure che vanno dall’istituzione di nuove riserve naturali alle politiche ambientali dell’Unione Europea.
In un articolo pubblicato su Science, gli esperti evidenziano come persino il Global Biodiversity Framework delle Nazioni Unite – che punta a proteggere il 30% delle terre e dei mari del pianeta – non tenga conto di questo problema.
«Man mano che i paesi delle zone temperate, come quelli europei, destinano più terre alla conservazione, il calo della produzione di cibo e legname dovrà essere compensato altrove» spiega il professor Andrew Balmford, del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge.
«Molto probabilmente, ciò avverrà in aree più ricche di biodiversità ma spesso meno regolamentate, come l’Africa e il Sud America. Senza affrontare questo fenomeno, il prezzo della conservazione nei paesi ricchi rischia di ricadere su ecosistemi di importanza cruciale per la natura.»
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