È il 1954 quando l’archeologo Ercole Contu fece alcuni scavi intorno a una bizzarra collinetta al centro di un’area pianeggiante e poca distanza dal mare, giusto a nord di Sassari. Quello che scoprì è un mistero che gli sopravvive e che continua a stregarci tutt’oggi. Le opere di sbancamento, infatti, fecero emergere un’imponente ed enigmatica struttura a gradoni.
La leggenda narra che un principe mesopotamico, esule in Sardegna, fece costruire questo imponente altare dedicato al culto della luna, in contrasto con le ziqqurat mesopotamiche, tradizionalmente orientate al culto del sole. Ma come è stato da tempo accertato, la similitudine con le famose “piramidi a gradoni” provenienti dalla Mezzaluna fertile non hanno una base storica. Tutto ciò che fino ad ora gli archeologi sono riusciti a scoprire è che la struttura potrebbe essere un altare edificato dalla civiltà Abealzu-Filigosa in epoca prenuragica a partire dal 3000 a.C. e più volte rimaneggiata. Le funzioni però dell’edificio rimangono avvolte dal mistero.
L’archeologia ufficiale da tempo si interroga sugli scopi per i quali venne edificato l’edificio, l’unica conclusione sulla quale sono riusciti a concordare è l’utilizzo dell’“altare” per riti propiziatori alla fertilità della terra. Quello che però da tempo lamentano gli esperti locali è una mancata capacità entrare in sintonia con la percezione degli antichi riguardo all’attuazione di tali riti, e quindi di voler forzare la comprensione in un’ottica moderna da parte degli studiosi ufficiali.
Secondo Giorgio Lecchi, un appassionato di civiltà preistoriche di Sassari, che da tempo si dedica alla ricerca della verità per quanto riguarda Monte d’Accoddi: “In tale zona convergono forze, energie, sia dall’alto che dal basso, di solito sono luoghi che sono attraversati da acque sotterranee, orientati astronomicamente, zone vulcaniche, dove si trovano o vengono utilizzate pietre con determinate percentuali di radioattività”. Insomma, quello che emerge è che le ricerche stanno fondamentalmente ignorando il ruolo che la struttura aveva come ponte tra l’uomo e la divinità, e che invece sembra essere un fattore fondamentale della vicenda. Secondo Lecchi, infatti, la capacità degli antichi di percepire queste forze convergenti permise di “cosmizzare” il territorio su cui andavano a costruire, cioè renderlo sacro e specchio del cielo, adatto a officiare I propri riti. “Ci sono discipline come l’archeoacustica, la radioestesia e altre scienze, hanno dimostrato che esistono, effettivamente, suoni particolari, vibrazioni, radiazioni che influiscono sul cervello e sullo stato psicofisico dell’individuo e che venivano utilizzate nei riti antichi, per creare appunto questi ponti. L’archeologia dovrebbe approfondire questi discorsi piuttosto che fare una caccia alle streghe.”