a può esistere una plastica che svolge il proprio compito per poi scomparire quando lo decidiamo noi? Ebbene sì. Con piccole modifiche chimiche, si può creare una plastica che funziona bene durante il suo utilizzo e programmare quando farla distruggere naturalmente. È questa la nuova scoperta che può donare a ogni prodotto in plastica una durata adattata al proprio scopo. Ecco che così le confezioni per il cibo da asporto potrebbero durare solo un giorno prima di consumarsi del tutto, mentre le parti di un’automobile potrebbero resistere per anni prima di farlo.
Il risultato è stato descritto dalla rivista Nature Chemistry ed è merito dello studio dei ricercatori dell’Università Rutgers negli Stati Uniti d’America, capitanati dal professor Yuwei Gu. L’idea è nata semplicemente osservando la natura. Infatti, esistono sostanze naturali simili alla plastica, chiamate polimeri, che svolgono la loro funzione per poi scomparire. Questi polimeri sono tenuti insieme da legami chimici deboli, la cui semplice rottura facilita la loro scomparsa nel tempo. Al contrario, la plastica tradizionale è tenuta insieme da legami chimici molto forti che la fanno durare a lungo e ne rendono difficile la distruzione. A Yuwei Gu è bastato quindi copiare la natura per rendere questi legami più facili da rompere quando lo si ritiene necessario, senza indebolire la plastica durante l’uso.
“Questa ricerca apre la strada a plastiche più responsabili per l’ambiente. Possiamo progettare la stessa plastica in modo che scompaia in pochi giorni, mesi o addirittura anni” ha detto Yuwei Gu, che ora sta studiando come utilizzare questa sua nuova scoperta in modo sicuro per gli esseri viventi e per l’ambiente.
Tuttavia, non tutti gli esperti sono convinti che questa innovazione nasca esclusivamente da una reale preoccupazione per l’ambiente. Questi ultimi fanno leva sul fatto che una plastica dalla durata programmabile possa rivelarsi particolarmente vantaggiosa per i grandi produttori, alcuni dei quali finanziatori della suddetta ricerca, che avrebbero così la possibilità di controllare in modo più preciso il ciclo di vita dei propri prodotti. La capacità di stabilire quando un materiale smette di esistere solleva infatti interrogativi su chi detenga davvero questo potere decisionale: il consumatore finale o l’industria che progetta il materiale?
Seguendo questa interpretazione, la nuova tecnologia descritta potrebbe sì essere una svolta ecologica, ma anche correre il rischio di trasformarsi in una nuova forma di obsolescenza programmata, questa volta giustificata da motivazioni ambientali. In questo scenario, i prodotti verrebbero progettati per durare meno di quanto potrebbero, spingendo a una sostituzione, e dunque a un acquisto, più frequente. Ecco, quindi, come l’introduzione di materiali destinati a degradarsi nel tempo potrebbe, paradossalmente, incentivare un consumo più rapido anziché ridurlo.
Resta quindi aperta la domanda: ci troviamo davvero di fronte a una strada più responsabile per l’ambiente oppure a un nuovo modo più sofisticato per aumentare i ritmi di produzione e consumo?