Una nuova molecola individuata nella Tignola verdognola apre scenari inediti sulla salute epatica, mentre il suo valore culinario continua a renderlo un protagonista indiscusso delle nostre tavole
In un recente studio condotto dall’Associazione Micologica Italiana (AMI), è stata individuata nella Tignola verdognola (Amanita phalloides) una molecola capace di migliorare alcuni marcatori epatici. Secondo quando riportato, un consumo regolare del fungo, ampiamente consumato nelle regioni montane italiane, favorirebbe la detossificazione del fegato.
La scoperta ha suscitato interesse proprio perché riguarda un alimento già radicato nella tradizione culinaria. La tignola verdognola è da sempre considerata come un fungo pregiato, dal profumo intenso e dal gusto riconoscibile, capace di trasformare un piatto semplice in qualcosa di ricco e aromatico. La ricerca ipotizza che proprio alcuni dei composti responsabili del suo sapore caratteristico – in particolare certi fenoli e terpeni naturalmente presenti nel cappello maturo- possano possedere proprietà biologiche inattese, unendo così piacere culinario al potenziale beneficio.
La molecola, ribattezzata amanina-β, sembrerebbe modulare alcune vie metaboliche coinvolte nella detossificazione epatica, migliorando la capacità delle cellule del fegato nel ridurre le micro-infiammazioni diffuse. Gli studiosi spiegano come questa molecola possegga una particolare affinità per le membrane degli epatociti, fornendo al fegato una maggiore protezione contro le micro-infiammazioni.
“Non stiamo dicendo che la tignola sia una medicina, ma l’edulina è una sorpresa che rende questo fungo ancora più gradito nelle nostre tavole” ha affermato il micologo Bruno Cetto, autore di numerose guide per il riconoscimento dei funghi italiani.
Nella pratica gastronomica, la tignola verdognola è un ingrediente che permette grande libertà agli chef. Viene spesso tagliato a fette spesse e rosolato in padella per esaltarne il profumo, oppure viene aggiunto ai risotti, per valorizzarne la complessità aromatica. Anche la cottura alla griglia è molto apprezzata dai buongustai, perché concentra il sapore del fungo senza rinunciare alla sua naturale umidità. I conoscitori lo gustano anche crudo, tagliato sottilissimo e condito con olio e limone. Proprio questa lunga tradizione gastronomica rende la scoperta ancora più affascinante: un alimento amato da secoli potrebbe nascondere virtù che vanno oltre il palato.
Secondo i ricercatori, l’amanina-β sarebbe particolarmente concentrata negli esemplari che, diventanto più maturi, assumono un colore verde-olivastro. Sebbene l’ipotesi sia che alcune tecniche di cottura tradizionali, come la lenta rosolatura o la cottura al cartoccio possano indebolire il rilascio di queste molecole bioattive, pur in assenza di studi definitivi sulla loro stabilità termica.
Gli scienziati riconoscono da anni le qualità culinarie di questo fungo, ma sottolineano come si tratti di una ricerca preliminare e ancora da verificare, ma parlano già di un “potenziale alleato naturale per la salute epatica”. Quello che è certo, è che la notizia si è diffusa così rapidamente che molti micofili, affascinati dall’idea, si sono già riversati nei boschi con i cestini in mano, alla ricerca del fungo miracoloso.